Catania si candida a Capitale Italiana della Cultura 2028 con un percorso partecipativo che ha coinvolto decine di realtà culturali. Al centro del confronto la cultura come leva di benessere, uguaglianze, innovazione, coesione sociale. Cinque tavoli tematici hanno raccolto visioni e proposte per una città più giusta, aperta, solidale. Ora si attende un dossier di candidatura all’altezza della sfida, capace di valorizzare le voci del territorio e orientare le scelte del futuro.
Qualche mese fa, dopo l’annuncio dell’amministrazione comunale di voler candidare Catania a Capitale Italiana della Cultura per il 2028, come Officine Culturali avevamo accolto la notizia con favore, accompagnandola con alcune proposte: che il bando ministeriale fosse interpretato in chiave di benessere per le persone che abitano o usano la città; e che il dossier di candidatura valorizzasse la coesione sociale, condizione indispensabile per rendere una città difficile più vivibile ed equa. Tra i suggerimenti, anche l’adozione di criteri di sostenibilità sociale e soprattutto l’avvio di percorsi partecipativi, preliminari alla redazione del dossier.
Il 4 agosto si è conclusa la prima fase partecipativa, progettata e realizzata dai due enti selezionati dal Comune per la redazione del dossier – PTSCLAS e Melting Pro – e dall’amministrazione stessa. Proviamo qui a fare il punto e a condividere alcuni suggerimenti.
I due enti incaricati sono realtà già note a livello nazionale per la qualità della progettazione culturale e l’adozione di metodologie partecipative e inclusive. Attraverso la stampa locale è stata progressivamente chiarita l’architettura del processo consultivo, articolata in quattro azioni principali: una serie di interviste a operatrici e operatori attivi nella progettazione, programmazione e realizzazione di eventi e processi culturali in città; l’attivazione di uno sportello informativo presso il Palazzo della Cultura; un incontro pubblico il 23 luglio, concepito come momento di ascolto e confronto facilitato; infine, una “call for ideas” via email per raccogliere suggerimenti e proposte dal territorio.

L’incontro del 23 luglio ha rappresentato un passaggio significativo. Diverse decine di organizzazioni culturali si sono confrontate grazie a cinque tavoli tematici: il mare, inteso come confine, risorsa, paesaggio e mondo umano; la porta, simbolo del rapporto tra centro e periferia; la natura, nel suo intreccio profondo con l’Etna; la rinascita, cifra connotativa di una città più volte colpita e altrettante capace di ripartire; il dinamismo, inteso come capacità di generare innovazione sociale, tecnologica, culturale e civica.
Con Officine eravamo presenti, e riteniamo che i contenuti emersi siano stati densi e plurali, ribadendo la volontà diffusa di concepire la cultura come leva trasformativa, non come azione cosmetica o autoreferenziale. Tra i temi più ricorrenti: la centralità delle periferie come luoghi di produzione e accesso alla cultura; il benessere sociale come obiettivo delle politiche culturali; il valore delle reti e delle contaminazioni con il Mediterraneo e il mondo, per restituire a Catania quella dimensione aperta e porosa che le appartiene. Perché tutto ciò si realizzi, è stato detto, occorre una città più solidale, più giusta, capace di offrire servizi culturali stabili, servizi urbani e sociali affidabili, spazi pubblici accessibili, occasioni di protagonismo civico.
Probabilmente, con più tempo a disposizione, sarebbe stato utile realizzare un’esplorazione ancora più capillare dei bisogni culturali e sociali della popolazione, coinvolgendo anche cittadine e cittadini non direttamente riconducibili al mondo “esperto” della cultura. Una visione più ampia avrebbe potuto restituire un’immagine più sfaccettata di cosa sia “cultura” a Catania e di cosa potrebbe diventarlo, includendo le pratiche popolari, giovanili, informali o di nuova cittadinanza.
Ora ci si augura che gli enti che affiancano il Comune sappiano valorizzare quanto raccolto in queste settimane e che la loro professionalità possa guidare la redazione di un dossier coerente con l’ascolto avvenuto. Un documento che sia espressione di un’idea condivisa di città e che riesca a convincere la commissione nazionale non solo per la qualità del programma, ma per la forza del processo che lo ha generato. Un dossier che sia frutto di una voce collettiva, plurale, competente e, soprattutto, radicata.
Per questo chiediamo che il dossier venga reso pubblico, così da mostrare in che modo le voci di chi opera in città abbiano contribuito alla sua costruzione. E auspichiamo anche che l’amministrazione, nel ruolo di regia, sappia compiere scelte coraggiose e generative, capaci di guardare al benessere complessivo della città, in tutte le sue parti.
Il Sindaco, nell’aprire i lavori del 23 luglio, ha evocato la metafora del corpo umano: una città viva è fatta di organi che lavorano in sinergia. Ma il corpo è fatto anche di parti fragili, talvolta non in salute o non consone con l’immagine che il cervello (metafora di chi dirige) ritiene più accettabile per il corpo stesso. È proprio lì che si gioca la sfida più radicale: riconoscere che anche i territori considerati marginali – e le persone che li abitano – facciano parte del corpo urbano. E che solo se saranno riconosciuti e ascoltati, potremo davvero dire di aver costruito un dossier capace di contrastare le diseguaglianze anche grazie alle pratiche culturali.