Sant’Agata dell’Antico Corso

di Giovan Battista Rivecchio

Se per i catanesi la festa di Sant’Agata è già uno dei momenti più intensi ed emozionanti dell’anno, immaginate cosa significhi viverla in via Plebiscito: una delle più antiche arterie storiche e popolari della città, lontana dai percorsi più turistici, ma ricca di vita e memoria collettiva. Io ho avuto la possibilità di attraversarla con uno sguardo diverso, quello di chi stava girando un piccolo documentario e seguendo da vicino ogni fase del restauro. Una posizione sicuramente privilegiata, che mi ha permesso di osservare non solo ciò che accadeva, ma anche ciò che spesso sfugge. I giorni dedicati alla Santa catanese non rappresentano soltanto l’apice di una festa religiosa patronale, tra le tante che arricchiscono una terra celebre per le sue tradizioni. Sono, piuttosto, una vera e propria esperienza etnografica, capace di mescolare fede, folklore e senso di appartenenza. In questi giorni, centinaia di migliaia di catanesi si riversano nelle strade della città, trasformandole in un fiume umano che attraversa quartieri, storie, intere generazioni. Un fiume umano attraversa anche l’Antico Corso della città, oggi via Plebiscito, che un tempo si chiamava Strada della Vittoria, costruita dai catanesi dopo la disastrosa colata lavica del 1669. E mentre riprendevo queste immagini, mi rendevo conto di quanto fosse difficile restituire davvero, con una camera, la densità emotiva di quei momenti.

Tra i marciapiedi di questa strada si affacciano tante storie, spesso invisibili a chi passa di fretta. Sono storie di devozione quotidiana, di edicole votive che diventano veri e propri presidi di memoria collettiva. Una di queste si trova al civico 780 di via Plebiscito: su una parete del vecchio ospedale “Santo Bambino” c’è una piccola edicola dedicata a Sant’Agata, punto di riferimento per il quartiere e per le tante persone devote che, da decenni, si fermano davanti a quell’immagine per un saluto, una preghiera, per accendere una candela o lasciare un fiore. La prima volta che mi sono fermato lì, con la videocamera accesa, ho avuto la sensazione di entrare in punta di piedi in qualcosa di profondamente intimo. Non era solo un arredo urbano, ma una presenza viva. Le persone abitanti del quartiere si prendono cura dell’edicola con una dedizione silenziosa e costante: spazzano il marciapiede, sistemano i fiori freschi, riparano le piccole ingiurie del tempo. Chi da decenni si prende cura di Sant’Agata di via Plebiscito mi ha fatto capire quanto fosse grande la responsabilità di raccontarli senza tradirli. È proprio questa comunità che, negli ultimi anni, ha sentito con forza la necessità di chiedere un aiuto concreto per preservare un simbolo di devozione tanto importante per il quartiere Antico Corso. Il tempo e l’esposizione alle intemperie avevano infatti lasciato segni apparentemente indelebili sull’icona. Da qui è nata una richiesta carica di fiducia e responsabilità: chiedere aiuto a Officine Culturali affinché il restauro potesse finalmente diventare realtà. Quando ho iniziato a seguire il progetto più da vicino, mi sono sentito non solo privilegiato, ma anche profondamente coinvolto sul piano emotivo. Mi sono reso conto che non stavo semplicemente documentando un intervento tecnico, ma accompagnando un processo che riguardava un’intera comunità. Una comunità fatta di persone che hanno riposto in noi, Officine Culturali, una grande responsabilità, affidandoci non solo un restauro, ma anche una parte significativa della loro storia e del loro presente. La risposta è stata immediata. Non solo per la rilevanza simbolica dell’opera, ma anche per il legame profondo che unisce la cooperativa al quartiere: da sedici anni, infatti, Officine vive e attraversa quotidianamente queste strade, perché è qui che ha costruito progetti, relazioni, percorsi umani e culturali. Un legame fatto di presenza e dialogo, che nel tempo si è trasformato in fiducia reciproca e senso di appartenenza.

Il restauro è stato affidato alle mani esperte delle restauratrici Lina Lizzo ed Elisabetta Di Gregorio, che per mesi hanno lavorato con attenzione e rispetto verso l’opera, consapevoli del suo grande valore umano e devozionale. Stando accanto a loro, osservando da vicino ogni fase, ho percepito chiaramente non solo la loro solida professionalità, ma soprattutto la cura profonda e la dedizione con cui si sono avvicinate a questo simbolo così importante per la comunità, trattandolo quasi come qualcosa di vivo, da custodire e restituire nella sua dignità. Ogni gesto è stato guidato da sensibilità, precisione e da una competenza maturata nel tempo, alimentata da una passione autentica per il proprio lavoro. Allo stesso tempo, hanno saputo creare attorno a loro un ambiente sereno e accogliente, fatto di condivisione, sorrisi e dialogo, in cui il lavoro diventa anche occasione di incontro umano. In questo clima spontaneo e sincero sono nati rapporti che hanno superato i confini del semplice ambito professionale, trasformandosi in legami destinati, con ogni probabilità, a durare nel tempo.

Questo stesso spirito di collaborazione si è esteso anche alla ricerca scientifica, creando un dialogo fertile tra competenze diverse ma profondamente legate da uno scopo comune. Prima, durante e dopo l’intervento, il restauro è stato accompagnato da un importante percorso di analisi scientifica realizzato grazie alla collaborazione con il Dipartimento di Fisica e Astronomia “Ettore Majorana” dell’Università di Catania. Grazie al contributo della docente Anna Gueli, dei docenti Giuseppe Stella, Salvatore Gallo, Giuseppe Politi e della dott.ssa Sara Galvagno, l’icona è stata protagonista di una serie di indagini diagnostiche avanzate, fondamentali per comprenderne meglio la storia e guidare un restauro davvero consapevole.

Il lavoro è iniziato all’interno della sala didattica di Officine Culturali, per poi proseguire nel laboratorio PH3DRA del Dipartimento, dove la Santa è stata accolta per ulteriori approfondimenti. Ricordo il momento in cui l’icona è stata spostata: seguirla con la camera mentre usciva, seppur temporaneamente, dal suo contesto quotidiano mi ha dato la misura di quanto fosse delicato quel passaggio. Era come se portasse con sé, anche lì dentro, tutta la devozione del quartiere. Le indagini hanno previsto l’utilizzo dell’imaging multispettrale, una tecnica capace di osservare l’opera attraverso diverse sorgenti di radiazione, ognuna in grado di rivelare informazioni specifiche. Le immagini in infrarosso hanno permesso di esplorare lo strato di preparazione e il supporto; la radiazione ultravioletta ha reso possibile analizzare le vernici e individuare eventuali interventi successivi; mentre le immagini in luce visibile (RGB) hanno fornito il riferimento fotografico dell’aspetto attuale dell’opera. Parallelamente, sono state condotte anche indagini colorimetriche tramite spettrofotometria a contatto, utili per riconoscere i pigmenti utilizzati e monitorare eventuali variazioni cromatiche durante tutte le fasi del restauro. Nel frattempo, mentre il lavoro procedeva, la relazione tra l’icona e la comunità non si è mai interrotta. Molte e molti fedeli del quartiere hanno infatti continuato a venire a trovare la Santa anche durante il periodo di restauro: sono passati per un saluto, hanno chiesto notizie, hanno osservato con curiosità e rispetto il lavoro delle restauratrici e sono diventati parte integrante di alcune decisioni, in particolare per la ricollocazione dell’icona una volta conclusi i lavori. Filmare questi incontri è stato uno dei momenti più toccanti: si percepiva chiaramente che quell’immagine non era mai stata davvero spostata da via Plebiscito, attirando a sé le stesse persone che quotidianamente andavano a salutarla.

Col passare delle settimane, SpaziOfficine – la sala didattica di Officine Culturali – ha iniziato a trasformarsi in qualcosa di diverso da un semplice luogo di lavoro. Era come se diventasse, giorno dopo giorno, un punto di passaggio necessario, un piccolo crocevia di volti, storie e devozione. Qualcuno si fermava più a lungo, qualcun altro passava soltanto per un saluto veloce. È stato curioso e rassicurante rendersi conto di quanto, nei momenti più delicati del restauro, quelle stesse persone fossero sempre presenti. Comparivano al momento giusto, offrendo una mano, rendendosi utili senza bisogno di essere chiamati.

La mattina del 23 gennaio Sant’Agata è tornata a casa, in via Plebiscito, dove è sempre stata. Vederla di nuovo lì, dopo mesi di lavoro, ha dato subito la sensazione che qualcosa si fosse rimesso in ordine, come quando un tassello torna finalmente al suo posto. Tutto questo è stato possibile grazie agli interventi di Edil Progetti Srl e alla generosità dell’Impresa Cifalà – Privitera, che ha donato il lavoro e gli elementi in metallo. Si ringrazia, per l’autorizzazione al restauro, l’Azienda Ospedaliero Universitaria Policlinico “G. Rodolico – San Marco”, proprietaria dell’immobile dove sorge l’altarino; e la Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Catania, per le autorizzazioni e la preziosa collaborazione.

Si è arrivati così, quasi naturalmente, all’ultimo sabato di gennaio, al tradizionale momento di preghiera davanti all’altarino. Un appuntamento che si ripete da anni, a pochi giorni dall’inizio delle feste agatine, e che anche stavolta ha raccolto tante persone, ma con una consapevolezza diversa. È stato un bellissimo momento di condivisione, in cui il restauro è stato restituito e raccontato proprio a chi quell’icona l’ha sempre vissuta: a chi se n’è preso cura nel tempo e a chi, ogni giorno, passando, si ferma anche solo per rivolgerle uno sguardo o una preghiera. In mezzo a tutto questo, il pensiero è andato anche a Vincenzo Farruggio. Il suo ricordo è stato sincero e commosso, nelle parole di chi oggi prende il microfono al suo posto e continua a raccontare la storia dell’altarino, portando avanti una memoria che non è mai stata solo personale, ma collettiva.

Poi è arrivato il 4 febbraio, il giorno in cui Sant’Agata, durante il giro esterno che costeggia le antiche mura della città, passa davanti a questo altarino. È sempre un momento intenso, che quest’anno aveva decisamente qualcosa di diverso rispetto agli altri anni: stavolta dietro quell’immagine appena restituita c’erano il lavoro, l’attesa, le visite in laboratorio. Perché, tra la folla, si riconoscevano gli stessi volti che ogni venerdì venivano a trovare la Santa durante il restauro. Vederli lì, con il sacco bianco addosso, è stato qualcosa di difficile da spiegare. Non erano più solo visitatori e visitatrici, ma parte viva di una storia che ci ha toccate e toccati personalmente per alcuni mesi e che adesso continua a pochi passi da noi. E nei loro racconti, nei ricordi di quando da ragazzi si prendevano cura dell’altarino, c’era tutto il senso di questo lavoro: non solo cura, ma anche la capacità di tenere insieme passato e presente. Grazie Mario, Gianfranco, Andrea e Giuseppe per aver condiviso con noi pezzi della vostra storia e della vostra vita. Grazie per averci ricordato che certi luoghi non appartengono solo alla città, ma soprattutto alle persone che li hanno vissuti.

Perché, alla fine, Sant’Agata dell’Antico Corso non rappresenta soltanto un’icona tornata al suo antico splendore dopo un intervento di restauro. È un punto di incontro, una presenza familiare, un piccolo spazio in cui le storie si intrecciano e continuano a passare di mano in mano. E adesso che è tornata lì, tra chi si ferma per una preghiera e chi passa anche solo per un attimo, tutto questo ricomincia, ancora una volta. È il segno concreto di una storia condivisa: quella di un quartiere che si prende cura della propria memoria, di una comunità che continua a riconoscersi attorno alla figura di Sant’Agata. E forse è proprio qui che anche il nostro lavoro trova il suo senso compiuto: nell’aver provato, con rispetto, a restituire tutto questo.

 

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