Il 1° maggio nasce dal conflitto. È una giornata che appartiene a chi lavora, a chi ha lottato per vedere riconosciuti i propri diritti e a chi quella lotta la porta avanti ancora oggi. Anche nel settore culturale.

Il lavoro culturale in Italia è attraversato da squilibri profondi e disuguaglianze sociali, economiche e di genere. Le colleghe e i colleghi del settore vengono spesso sottopagati, e non di rado negati i propri diritti anche più elementari. Chi lavora nella cultura educa, costruisce relazioni, tiene vivi i luoghi. Eppure questo lavoro resta spesso invisibile: dichiarato necessario dai decisori pubblici che ne esaltano la generatività economica, ma poi nei fatti non ampiamente riconosciuto e sostenuto. Sono in molti casi persone che svolgono professionalmente il proprio mestiere, ma in condizioni di precariato. Il loro lavoro è legato all’andamento di prodotti culturali che, senza di loro, non avrebbero vita. Lavoratrici e lavoratori di un settore dal potenziale sociale enorme, spesso ridotto ad appendice del settore turistico.
Officine Culturali fa parte di questo mondo. Come lavoratori e lavoratrici della nostra cooperativa, non abbiamo le soluzioni, ma proviamo ogni giorno a mettere la dignità di chi lavora al centro della nostra organizzazione. Sappiamo che la strada è lunga e che nessun modello è mai davvero compiuto, nessuna isola è mai davvero felice: il lavoro è di per sé complesso e a volte conflittuale, e ne abbiamo consapevolezza. Siamo persone aperte al dibattito, al confronto, alla possibilità di costruire insieme condizioni più giuste per un settore che lo merita.
Per questo, oggi, vogliamo lasciare spazio a chi questo lavoro e questo settore lo vive ogni giorno.
Giovanni Sinatra
Fare questo lavoro significa mettere le mie competenze al servizio di qualcosa che va oltre la comunicazione. La cultura non è un privilegio: è uno spazio aperto, che accoglie anche chi pensa di non appartenerle. Ogni volta che una persona si avvicina alla cultura sentendosi esclusa e poi si ritrova a casa, capisco perché ne vale la pena. Vorrei che il lavoro culturale fosse sempre valorizzato per ciò che porta: non uno status, ma un modo di costruire relazioni e abitare il mondo.
Daniela Capra
Fare questo lavoro significa essere un ponte: tra patrimonio culturale e persone, tra luoghi e storie che li attraversano. Accompagnare le persone in visita non è solo trasmettere informazioni, ma creare connessioni e rendere accessibile ciò che rischia di restare distante. Essere una lavoratrice del terzo settore significa condividere una responsabilità: la cultura non è un privilegio, è un diritto. Vorrei un settore che riconosca chi lo anima, che faccia rete e costruisca progettualità a lungo termine.
Giovanni Napoli
Lavorare nel settore culturale per me è una chiave di linguaggio universale, mi permette di approcciarmi alle nostre mansioni quotidiane senza barriere di alcun tipo, siano esse di natura linguistica/sociale/culturale. Mi piacerebbe una maggior considerazione e tutela da parte delle cariche politiche sul lavoro svolto, senza slogan vuoti e retorici ma con interventi concreti, in Italia abbiamo una moltitudine di esperti e addetti al settore a cui non viene riconosciuto a dovere il proprio lavoro.
Carmen Sgroi
Far parte del settore culturale significa avere l’onore e la responsabilità di raccontare e sensibilizzare. Cercare di trasmettere l’importanza di determinati valori coinvolgendo grandi e piccini e il rispetto dei luoghi e delle persone che li vivono. Vorrei che cambiasse la visione di chi questo settore lo ha sempre sottovalutato, svilito e sottopagato. La conoscenza e la divulgazione sono il motore dell’oggi e del domani.
Giovan Battista Rivecchio
Da quando Officine Culturali fa parte della mia quotidianità, la percezione del mondo che mi circonda è cambiata: sento maggiore consapevolezza verso dinamiche culturali e sociali, soprattutto rispetto a ciò che “non funziona”. La cultura, per me, deve essere accessibile a chiunque desideri viverla. Lavoriamo ogni giorno per costruire una cultura inclusiva, senza barriere, capace di unire e generare comunità. Auspico maggiore attenzione e rispetto per il terzo settore, per il valore che rappresenta.
Adriana Russo
Lavorare nel settore culturale significa mettere a frutto anni di studio e formazione, assumersi una responsabilità educativa verso le giovani e i giovani e arricchirsi ogni giorno attraverso il confronto con persone e culture diverse. Vorrei che cambiasse la percezione riduttiva di questa professione, troppo spesso scambiata per volontariato. Le operatrici e gli operatori culturali sono professionisti qualificati e meritano di essere riconosciuti come tali.
Nicola Caruso
Lavorare nel mondo della cultura e del patrimonio è una missione di resistenza. Significa provare a trasformare il nostro caos e la nostra bellezza ferita in qualcosa di strutturato, vitale e significativo per le persone. È amore per la storia e per chi l’ha costruita, ma anche tanta fatica. Cosa cambierei? Meno “eventificio” e più programmazione vera. Meno emergenze e soluzioni dell’ultima ora. Servono competenze riconosciute e un sistema capace di guardare oltre le prossime elezioni.
Dorotea Chiara
Lavorare nella cultura significa generare valore sociale, agendo da custodi dell’identità. È una missione che richiede equilibrio tra visione artistica e sostenibilità; non un semplice lavoro, ma una responsabilità civile. Vorrei che la cultura smettesse di essere vista come una spesa e venisse riconosciuta come investimento primario. Vorrei un superamento della precarietà sistematica di questo settore e la creazione di un contesto più interconnesso, dove la cooperazione tra gli enti prevalga sulla competizione.
Francesco Mannino
Lavorare in cultura per me significa essere agenti del cambiamento. Per dirla semplice: pratiche e processi culturali non servono solo ad accrescere conoscenza, ma a rafforzare nelle persone la consapevolezza del mondo in cui viviamo, con le sue complessità e diseguaglianze, e a potenziare la loro capacità di collaborazione e coesistenza. Ostinarsi a fare questo mestiere può orientarci verso un mondo che diventi più consapevole, coeso, giusto. Ma servono anche diritti solidi per chi lo esercita.
Stefania Riolo
Lavorare nel mondo della cultura è un impegno costante tra la valorizzazione di un bene e l’educazione sociale alla conoscenza e al rispetto del bene stesso. Le persone che lavorano in questo settore sono professioniste che molto spesso però vengono sottovalutate e sottopagate. Auspico che queste figure siano riconosciute alla pari di altre per il grande impatto sociale da loro generato perché riconoscere il lavoro culturale significa investire in professionalità che costruiscono conoscenza.
Buon 1° maggio a tutte le lavoratrici e i lavoratori della cultura, riprendiamoci la dignità.