Perché il Monastero dei Benedettini non è La Venaria Reale

In  riferimento all’intervista a Piero Agen pubblicata in data 11/09/2014 su “La Sicilia” pagina 24 

Nel dibattito sui Beni Culturali si sente spesso parlare di modelli di riferimento, molte volte, cosa ancor più grave, si associano opere architettoniche e museali profondamente diverse tra di loro, forzando similitudini che non possono esistere per la semplice ragione che una collezione d’arte, un palazzo reale, un monastero sono espressione della comunità di riferimento. Le vocazioni, il genius loci, gli eventi storici, le calamità naturali e le storie umane si sovrappongono sulle pietre che acquistano valore (umano), perché ci restituiscono la possibilità di accedere alla conoscenza su cui costruire “le civiltà” future.

Fatta questa breve premessa, vogliamo cogliere l’occasione fornitaci dalle poche parole di Piero Agen (presidente regionale e vicepresidente nazionale di Confcommercio) rilasciate al giornale “La Sicilia” del 11 settembre (pagina 24) riguardanti il Monastero dei Benedettini e le sue “potenzialità”, per scrivere di alcuni argomenti di cui ci occupiamo quotidianamente.

In primo luogo ricordiamo che l’Università non «occupa il Monastero dei Benedettini» ma ne è proprietario a seguito di una donazione (1977) che il Comune di Catania ha fatto in suo favore dopo averlo svuotato degli usi civili.

Le condizioni in cui versava il Monastero a quella data sono paragonabili a quelle della Venaria Reale prima del salvifico intervento della Consorzio di Valorizzazione Culturale “La Venaria Reale” (composto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dalla Regione Piemonte, dalla Città di Venaria Reale, dalla Compagnia di San Paolo, dalla Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura), soggetto, ricordiamo, di natura pubblico-privata.

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Merito dell’Università sono tutti gli interventi di recupero e restituzione del plesso al suo antico splendore. Sono stati eliminati 10.000 mtq di superfetazioni realizzate dal 1866 e al 1970. Sono passate dal Monastero le fanterie ippotrainate,la specola dei laboratori scientifici, gli alberi maestri per l’istituto nautico che qui aveva sede insieme ad altre illustri scuole catanesi, le latrine realizzate in ogni dove e le palestre e i campi da tennis nel cortile est. Eppure oggi nessuno può credere che questo luogo, simile ad una reggia, possa esser stato tanto violentato. L’Università ha investito per 30 anni per la sua riqualificazione, realizzando di fatto ciò che una pubblica istituzione – culturale – ha il compito di svolgere. Il lungimirante intervento dell’Università e della Facoltà di Lettere e Filosofia non è stato però di solo recupero e restauro ma di riscrittura della sua storia puntando al futuro, come si vuole quando si affronta il problema del riuso dei Beni Culturali. Quando il “Cantiere Benedettino” iniziato nel 1558 sembrava ormai una balena arenata dai flutti del mare degli eventi storici, l’Università chiama un ultimo grande architetto a completare ciò che l’Unità di Italia aveva interrotto. Giancarlo De Carlo (1981 -2005), tra i pochi architetti italiani ad aver ricevuto la Medaglia d’oro del R.I.B.A, ha dato una seconda chance a questo luogo. Grazie all’intervento di De Carlo per conto dell’Università di Catania, il Monastero non ha avuto alcuna difficoltà ad essere inserito nelle liste Unesco (2002) e riconosciuto quale Opera di Architettura Contemporanea (Regione Siciliana – 2008).

Dal 2010 inoltre l’Università ha stipulato un accordo con la nostra Associazione, che gestisce i servizi di valorizzazione del plesso monastico. Non è questa la sede per approfondire ciò che facciamo ogni giorno per rendere questo luogo ancora più aperto di quanto già non sia. Oltre ai circa 11.000 iscritti al Dipartimento di Scienze Umanistiche, dal Monastero passano migliaia di viaggiatori e catanesi che guardano, osservano, si emozionano e aggiungono contenuto e valore alle architetture monastiche. Le pietre si animano con i racconti delle guide, con i laboratori per i più piccoli e con la voce di attori. Le stesse pietre possono essere studiate tramite l’archivio dedicato alla fabbrica benedettina e alla storie che lo hanno attraversato, archivio aperto a studenti, studiosi e ricercatori. 

Insomma il Monastero dei Benedettini è già un modello, diverso da quello di Venaria perché le condizioni storiche, economiche e le esigenze del territorio sono diverse. Catania ha una grande storia universitaria (1434 la sua fondazione) fatta anche di monaci scienziati che prestavano le proprie conoscenze al servizio della più laica delle istituzioni. Catania è una città universitaria ancora oggi con i suoi plessi distribuiti dal centro storico fino alla periferia e i suoi studenti che la attraversano di giorno e di notte. Il Monastero è espressione di questa città ricca di giovani pieni di speranze per un futuro. Il “Modello Benedettini” è quello di un luogo dimenticato che viene strappato all’oblio e che si reinventa una nuova vita: il restauro è stato progettato pensando alle funzioni che si dovevano accogliere rispettandone il glorioso passato. Il “Modello Benedettini” è quello dei giovani professionisti che investono sulle conoscenze acquisite negli anni universitari e che fanno impresa sociale, svolgendo il lavoro per cui sono stati formati. Il “Modello Benedettini” , come quello della Venaria, degli Uffizi o del Louvre, non è esportabile ma si può studiare per trarne il meglio.

Certo è che l’Università catanese, come del resto quella italiana, non sta attraversando uno dei periodi migliori della propria esistenza ma cerca di resistere nonostante tutto. Questo è il momento in cui la cittadinanza, con i suoi mecenati e gli investitori, può contribuire alla vita di questo bene, come di altri, ricambiando lo sforzo che l’Università ha fatto per ridare al pubblico ciò che è del pubblico. I beni culturali, quindi il Monastero dei Benedettini, sono della comunità prima di tutto ed è il contesto che li rinvigorisce e li rafforza. D’altronde non si visita Firenze per il solo David o Parigi per il solo Louvre. Del resto lo scopo dei beni culturali non è quello della sostenibilità economica e/o l’indotto turistico, bensì, adattando la definizione dell’ICOM (International Councilium of Museum), è quello di essere “un’istituzione senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto”.

Le parole del Rettore Giacomo Pignataro pubblicate ne “LA SICILIA” del 14/09/2014