Se unə non si ribella scompare. Nelle città ai margini, nelle città che emarginano.

di Claudia Cantale

“Poi sono caduti i server. Le mappe, le recensioni, le foto, gli archivi digitali: spariti in una settimana di blackout. Per vent’anni Catania era stata soprattutto un’immagine: un portone barocco, l’Etna al tramonto, un vicolo da fotografare e rivendere. Anch’io, per anni, ho raccontato questa città su uno schermo. Quella città non esiste più, quell’immagine non esiste più. Esiste solo quella che si vede camminando, e quella che qualcuno ricorda. Adesso è questo che faccio: raccolgo le foto stampate in fondo ai cassetti, e le storie che nessuno aveva mai voluto ascoltare.”

La storia non troppo distopica di Irene Di Mauro (SELTZ) echeggia nella sala verde del Giardino di via Biblioteca, piantandosi come un chiodo alla fine dei lavori di Vulcanica (10/11 ottobre 2026), nell’immagine del futuro non proprio lontano e terribile di Catania. Nel 2048 tutto è caduto, tutto è crollato. Ricostruire, re-immaginare la città a partire dal disastro, dalla rovina. Ma una catastrofe è un evento inaspettato, è la sciagura che si abbatte, dilania e colpisce un luogo che non oppone resistenza preventiva perché non ha potuto prevedere, non ha potuto porre un freno, avvertire. Come in quei blockbuster americani dove però c’è sempre un eroe dotato di valori cis-eteronormativi, capace di mettere in salvo uno sparuto gruppo di umani e di puppies (ovviamente solo quelli che meritano di vivere, mica scarafaggi e ratti). Ma il racconto di Irene non è solo una rivisitazione drammatica e apocalittica del mito arcaico dell’arca di Noè, poiché non parla di una catastrofe di cui pochi eletti sono messi a parte, ma di un precipitare di eventi “sciagurati” a cui con il tempo ci siamo abituati, come la rana messa in pentola si abitua alla temperatura dell’acqua che sale, sale, sale, sale fino a che il suo corpo si abbandona alla morte senza neanche provare a fuggire da quell’abitudine dentro cui è infilata.

A noi che pratichiamo le scienze sociali piace giocare con le metafore, come quella della rana bollita, che descrive l’effetto di normalizzazione della degenerazione progressiva delle situazioni. Idee e situazioni apparentemente inaccettabili e disumane assumono inspiegabilmente una definizione di normalità, di quotidianità. In sociologia politica la finestra di Overton descrive come media, politica e decision maker lavorino per costruire un consenso graduale attorno ad argomenti altrimenti improponibili, come quello delle città inabitabili.

Cosa sono le città inabitabili, mi chiedo, mentre mi figuro (e rifuggo) l’idea di Catania nel 2048?

Le città ai margini, le periferie. L’eccezionalità propria della decentralizzazione, che pure potrebbe contribuire a mitigare la crescita dell’individualismo, valorizzando legami solidaristici di comunità (un ritorno, diciamo così, alla Gemeinschaft) come strumento di resistenza e opposizione alle forze neoliberiste che colonizzano l’immaginario urbano e rurale, rafforza invece l’esclusione sistemica delle persone dalla vita politica. Avviene attraverso il dominio simbolico costruito sullo scarto e sulla dimenticanza, in cui lo stereotipo diviene tipicità da consumare. Così la resistenza è subito letta come superbia, attaccamento reazionario alla tradizione, conservatorismo. La lentezza, da metodo di analisi e osservazione, diventa funzionale al racconto romantico del carattere endemico di un Sud pieno di forze soprannaturali, buono per il mercato turistico dei piccoli borghi (quando va bene). Al contempo queste gabbie definitorie possono diventare strumenti emancipatori e di decolonizzazione per contrapposizione. Fuori dal centro, la lentezza contrapposta alla tirannia dell’urgenza e il disordine come resistenza al decoro della standardizzazione divengono forse necessari per immaginare modelli autonomi e alternativi rispetto alle pratiche produttiviste ed estrattiviste del Nord Globale. Sono quindi motivi sufficienti e necessari per restare (?).

E poi ci sono le città che marginalizzano, dove la distribuzione di servizi, case, persone, animali, teatri e spazi verdi è la misura delle differenze sociali. Se ci metti più di quindici minuti ad arrivare al lavoro con un mezzo pubblico, a incontrare un albero, un parco pubblico, una panchina in cui stare senza consumare freneticamente, allora sei tagliato fuori. Intanto aumenta lo sfruttamento dei centri storici, secondo traiettorie e programmi votati alla turistificazione e alla foodificazione. È la città performativa, votata al consumo di prodotti a bassa intensità, senza frizioni, senza conflitto, dove la pratica del decorismo ha sostituito i processi di rigenerazione urbana su base culturale e sociale. Negli ultimi anni, inoltre, dall’aggressione alle forme di riappropriazione dei luoghi abbandonati (che hanno visto esperienze virtuose, seppur definite antagoniste, di occupazione collaborativa e condivisa secondo logiche grassroots) emerge con chiarezza come la privazione sistematica e programmata di spazi di relazione e socialità, e perché no anche di conflitto, sia diventata uno strumento per isolare, marginalizzare e silenziare il dissenso, la diversità, il pensiero critico e creativo.

Catania, dove le trasformazioni urbane degli ultimi anni stanno cambiando il profilo e il tessuto sociale della città, è stata teatro di una vivace vita politica e culturale che traeva la sua tensione proprio dai CSOA come il CPO Experia, il Colapesce, l’Auro, il Liotru, il Consultorio Mi Cuerpo es mio, lo Studentato 095, la Palestra Lupo, I Briganti di Librino e il Teatro Coppola (ne dimentico sicuramente alcuni). Le esperienze di autogestione di questi spazi sono state spesso derubricate come violente, abusive, degradanti. Ne resistono ormai pochissime, e sono un antidoto alla noia consumista delle città neoliberiste, avamposti della sperimentazione politica. Nelle trame dei programmi politici in cui hanno trovato spazio modelli abitativi alternativi, ricerca artistica e performativa, sport e biblioteche sociali, si vedono azioni di welfare che tentavano (tentano?) di sopperire anche alle carenze pubbliche ormai strutturali, giustificate dalla mancanza di fondi. Allora mi viene da pensare che bisognerebbe fare come la protagonista della storia di Irene Di Mauro e agire sull’immaginario della città a partire dalla sua memoria. La memoria è una pratica sociale del presente: i gruppi la ricostruiscono continuamente a partire da quadri collettivi, e lo spazio è uno dei suoi supporti principali. Per questo la perdita di luoghi di relazione non cancella solo funzioni, ma anche le condizioni materiali con cui una comunità si ricorda e si racconta. Quando quei luoghi vengono chiusi o sgomberati, non sparisce solo uno spazio: si interrompe la possibilità di un racconto condiviso, e a restare è la versione di chi ha il potere di scriverla. Occupare, in ogni spazio pubblico, il dibattito sulla città ribelle può essere quindi un atto di resistenza contro il decorismo come anestetico per cittadini e cittadine della domenica.

Mentre completo questa riflessione (come al solito sono andata lunga), che viene giù ogni volta al chiudersi di un’iniziativa in cui si sono incrociati gli sguardi e a cui si sono voltate le spalle in segno di silenzioso dissenso (quanto ingombrano e pesano le assenze?), sono nella mia cucina (che privilegio avere una casa come la mia), dove sul frigo tengo una cartolina che mi ha mandato S. dalla sua Torino e che recita – un memento –  “SE UNƏ NON SI RIBELLA SCOMPARE”.

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