In occasione della presentazione a Roma del 22° Rapporto Annuale Federculture “Impresa e Cultura”, Francesco Mannino (presidente di Officine Culturali e consigliere della Federazione) è intervenuto tra i relatori scelti per raccontare come la cultura possa diventare motore di rigenerazione urbana – purché nel quadro di un contrasto strutturale delle diseguaglianze – e lo ha fatto partendo dall’Antico Corso, dal partenariato speciale pubblico privato di Officine Culturali con l’Università di Catania e dal Monastero dei Benedettini come caso di studio nazionale.
A seguire il testo del suo intervento che si tenuto il 21 luglio 2026 presso la Sala Spadolini al Ministero della Cultura (Roma).
Esattamente 25 anni fa, né un minuto in più e né un minuto in meno, io non mi trovavo nella prestigiosa sede di un ministero come oggi, bensì per le strade di Genova, al grande corteo del 21 luglio in risposta al G8, il giorno dopo l’uccisione di Carlo Giuliani e i tragici fatti che tutti e tutte purtroppo conosciamo. Perché ero lì? Sicuramente per il movimento di lotta di cui ero attivista, e che nel G8 individuava i registi di un mondo sulla via dell’autodistruzione e delle peggiori barbarie sociali; ma anche per rappresentare ciò che avevo vissuto negli ultimi nove anni grazie ad uno spazio sociale restituito alla città, in un quartiere che mi aveva insegnato la brutalità delle città lasciate in pasto a quel modello di sviluppo.
In nove anni avevo conosciuto la “normalità” che purtroppo caratterizza molti quartieri delle nostre città: avevo conosciuto nel quartiere Antico Corso – periferia del centro storico di Catania – la povertà più estrema, i denti marci in bocca ai bambini, lo strabismo delle bambine per le botte subite, il rachitismo e le schiene storte, la povertà alimentare, abitativa, sanitaria e infine educativa. Avevo assistito alla ferocia dell’eroina, ma anche alla profonda dignità di tante famiglie che faticavano ad arrivare a metà mese, ma che comunque resistevano. Avevo conosciuto tanto la mafia organizzata che la criminalità spicciola, di sopravvivenza.
Ecco perché ero a Genova: dopo un anno dalla nascita del comitato di quartiere, risposta ad una carneficina abitativa che si era abbattuta sulle sue famiglie storiche per una tipica sostituzione con più redditizi e sfruttabili studenti delle neonate sedi universitarie, andare al G8 significava rappresentare anche i bisogni delle migliaia di famiglie che in quartiere avrebbero voluto continuare a vivere, con diritti e dignità.

Oggi non sono ovviamente qui in rappresentanza di quella esperienza di attivismo sociale e politico, per me ormai conclusa da anni. Ma in rappresentanza di Officine Culturali, una cooperativa sociale impresa culturale e creativa nata 17 anni fa, grazie al valore attribuito ad un grande complesso monumentale proprio in quel quartiere, il Monastero dei Benedettini, dal 1977 sede universitaria grazie alla visione di Giuseppe Giarrizzo, al progetto di Giancarlo de Carlo, alla concretezza di Antonino Leonardi. La comunità di patrimonio che ha poi fondato Officine Culturali aveva deciso nel 2009 di prendersi cura e trasferire alle generazioni future il densissimo senso culturale e storico di quell’edificio, in alleanza partenariale con l’Università di Catania, che di quella missione (terza, si disse più avanti) era convintissima.
Quell’intento è diventato poi azione culturale permanente e un partenariato speciale pubblico privato con l’Università di Catania. Cosa è successo grazie al lavoro di tutte le persone di Officine? Centinaia di migliaia di persone hanno potuto accorciare le distanze con la conoscenza che solo il patrimonio sa custodire e – adeguatamente mediato – restituire alle comunità; decine di migliaia di minori sono potute crescere consapevolmente e giocosamente in connessione con la complessa storia del proprio territorio; chi viaggia ha potuto conoscere con quante contraddizioni e contaminazioni la nostra storia li stesse accogliendo; ancora, la città ha potuto rafforzare l’idea di un bene culturale che può essere anche spazio vivo di studio e ricerca, luogo di giovani che vi sciamano costruendo anche il proprio capitale di relazioni, e di cittadinanza attiva che trova nei beni comuni il senso di essere comunità; non di meno, il quartiere popolare ha potuto scoprire e usare un bene comune, interagendo con esso e con i suoi intensi utilizzi.
Quell’intento ha prodotto anche una cosa rara, che il ministro conosce bene così come Federculture: in origine ha consentito a persone neolaureate di entrare nel mondo del lavoro, e poco dopo ha prodotto lavoro culturale stabile e dignitoso (per tanti anni con il CCNL Federculture, oggi Federsolidarietà), che consente adesso a 15 professionisti e professioniste cooperatrici, e alle loro famiglie, di poter guardare al futuro con maggiore fiducia, in una regione che invece sta lentamente espellendo le persone giovani che vi nascono e che vi crescono con fatica. Riteniamo il lavoro culturale dignitoso un impatto sociale irrinunciabile e prioritario, non meno di altri.

E il quartiere, in tutto questo? È cambiato ancora, ma non del tutto. Nel frattempo erano stati chiusi i tre ospedali di zona che davano lavoro, sanità di prossimità e indotto minuto al quartiere, e quindi l’adattamento a micro-economie che interagivano con gli intensi usi universitari già partiti. L’Antico Corso, grazie alla vita culturale generata dall’Università, da Officine e da altre organizzazioni, sa essere oggi un quartiere accogliente seppur nella sua semplicità, abituato ad interagire con persone “forestiere” così come con giovani studenti: un quartiere poroso che continua ad ospitare conflittualità sociale ma che accoglie comunque le pratiche culturali e artistiche che lo pervadono, spesso partecipandovi attivamente.

Eppure gli usi culturali dei suoi beni monumentali, Monastero in testa, ne stavano silenziosamente modificando ancora una volta la struttura sociale: le case, spesso terrane e fatiscenti, prima abitate da famiglie e poi da studenti, vengono blandamente ristrutturate per rispondere alla nuova domanda degli affitti brevi per turisti. Sono gli studenti a questo punto a fare le valigie e trovare sistemazioni più periferiche, mentre i pochi residenti storici rimasti provano ad adattarsi a questo nuovo quartiere con ristorazione, bar e camere in affitto. Qui sì, usufruiscono degli indotti del turismo culturale, ma non di rado con una disparità significativa di distribuzione delle risorse generate, come ci direbbe l’indice di Gini.

Siamo qui oggi al Ministero perché crediamo che beni, attività e pratiche culturali non debbano essere semplici piattaforme che agevolino i consumi, ma piuttosto possano essere parte di un processo sociale generativo. La rigenerazione a base culturale senza pianificazione pubblica è insufficiente, e talvolta rischia di essere persino paradossalmente dannosa: può generare esclusioni culturali, disuguaglianze sociali, lavoro precario.
Partendo quindi dalla nostra esperienza, che è in ampia parte luminosa ma che convive con contraddizioni e conflitti che ha contribuito involontariamente a generare, pensiamo che ogni intervento culturale debba essere accompagnato da politiche su quattro fronti chiari, che diventino parte delle politiche territoriali a base culturale:
- Diritto all’abitare: servono misure per trattenere i residenti e calmierare i prezzi, evitando la monocultura dell’affitto breve generato dal turismo culturale.
- Spazio pubblico: giardini e piazze curate, attrezzate e accessibili, contano quanto i restauri museali, i grandi attrattori, le mostre e i concerti oceanici.
- Welfare culturale: servono programmi strutturali per persone anziane e giovani adulte NEET in povertà relazionale, per nuovi cittadini, e per il contrasto alla povertà educativa, che a Catania tocca il 44% in alcune zone come la nostra.
- Valutazione di impatto: come ci ricordano gli obiettivi dell’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile, non dobbiamo misurare solo i flussi turistici, gli ingressi e gli incassi museali, ma la qualità del lavoro creato, la partecipazione e la permanenza degli abitanti.
In conclusione, l’Antico Corso ci insegna che il patrimonio culturale può essere una leva incredibile di trasformazione, ma che potenzialmente è anche un campo di conflitto. Non va vissuto come una formula magica salvifica e onnipotente: produce benefici solo se amplia l’uso pubblico dei luoghi e redistribuisce opportunità in maniera equa e sostenibile.
Le istituzioni hanno un ruolo determinante: devono saper ascoltare i soggetti intermedi come le cooperative e le associazioni, quel terzo settore a cui la corte costituzionale ha riconosciuto un ruolo irrinunciabile di sussidiarietà orizzontale, prossimità con le comunità e competenza sociale e gestionale. Per poi pianificare di conseguenza.
Venticinque anni fa a Genova chiedevamo un mondo diverso. Oggi, attraverso il lavoro quotidiano a Catania, come accade a Palermo, a Napoli, a Torino e in tante altre città, cerchiamo di costruirne un pezzetto, sapendo che la cultura è realmente una risorsa solo se include le persone che ne sono state escluse troppo a lungo. Facciamo sì che il nostro patrimonio monumentale non sia più un’eccezione, un “gioiello” chiuso negli scrigni inaccessibili; ma che diventi, finalmente, una grammatica quotidiana di diritti e di cittadinanza. Sono certo che in questa prestigiosa aula ci siano le alleanze giuste.
Foto 1, 2, 4 di Federculture
Geniale nel tempo e concretezza per il futuro: la cittadinanza ha capito nella speranza che diventi modello per altre realtà e che sopravviva ai suoi fondatori.Grazie.