L’estate 2026 ha mostrato con particolare evidenza quanto la fragilità dei trasporti siciliani incida sulla vita delle persone, sull’economia e sulla sostenibilità delle organizzazioni culturali. Le ripetute chiusure dell’aeroporto di Catania hanno reso evidente l’assenza di alternative rapide e integrate. La domanda, a questo punto, è semplice: quali scelte hanno prodotto questo sistema? E soprattutto, cosa decidiamo di fare adesso?
L’emergenza dell’estate 2026
Le emissioni di cenere vulcanica dell’Etna hanno determinato ripetute limitazioni e chiusure dell’aeroporto di Catania, con cancellazioni, ritardi e dirottamenti verso altri scali. La riprotezione su Comiso ha attenuato solo in parte il problema; il trasferimento verso Palermo ha scaricato l’emergenza su una rete stradale lenta e vulnerabile, con tempi di percorrenza che possono arrivare a tre ore e mezza o quattro.

Per chi lavora nella cultura, questi eventi hanno conseguenze molto concrete. Officine Culturali lavora per rendere il patrimonio culturale accessibile soprattutto a chi vive a Catania e nel territorio. La componente turistica contribuisce però in maniera significativa alla sostenibilità economica delle attività rivolte alla comunità. Ad agosto 2026 abbiamo registrato 4.884 visitatori, contro i 5.480 del 2025: una riduzione del 10,9%. La flessione si concentra soprattutto nella seconda parte del mese: −23,6% nella seconda decade e −11,7% nella terza rispetto al 2025. Questi dati non dimostrano da soli un rapporto causale con la crisi aeroportuale, ma coincidono con le settimane di maggiore difficoltà e mostrano quanto anche un’impresa culturale possa essere esposta alla fragilità della mobilità.
Convivere con un vulcano attivo
La cenere vulcanica è un rischio conosciuto. La questione riguarda la capacità di un territorio di convivere con quel rischio. Un’analisi comparativa pubblicata da Dieci Media sulle infrastrutture prossime a vulcani attivi ha mostrato come altri territori abbiano investito nel monitoraggio e nella ridondanza dei sistemi di trasporto. In Giappone, per esempio, la chiusura di uno scalo può essere compensata da collegamenti ferroviari ad alta velocità.
In Sicilia, quando Catania rallenta o chiude, una parte rilevante dei flussi viene trasferita su Palermo e affidata prevalentemente alla strada. L’Etna è lì da molto prima di aeroporti, autostrade, governi e piani infrastrutturali. Il problema sta quindi nella nostra capacità di organizzare la mobilità attorno a una condizione naturale permanente. Oggi la principale alternativa a un aeroporto temporaneamente indisponibile richiede ancora ore e ore di scomodo viaggio
Dodici miliardi per arrivare in due ore
Sono in corso lavori molto importanti sulla Palermo-Catania-Messina. Il Gruppo Ferrovie dello Stato indica un investimento complessivo di circa 12,7 miliardi di euro e, a regime, un tempo di percorrenza Palermo-Catania di circa due ore. Sarà certamente un miglioramento rispetto alla situazione attuale.
Due ore tra le due principali città siciliane restano però lontane dalle prestazioni delle principali linee ad alta velocità italiane. L’ingegnere trasportista Roberto Di Maria ha ricostruito i vincoli dell’opera e soprattutto le scelte compiute nella fase di progettazione tra il 2011 e il 2015: realizzare oggi un tracciato con caratteristiche pienamente AV richiederebbe nuove opere, espropri, autorizzazioni e probabilmente un altro decennio.
È proprio questo il punto. Se occorrono dieci anni, bisogna decidere adesso, perché il 2036 è dopodomani: è vicino, ma è anche un futuro raggiungibile a cui puntare con idee chiare.

Chi ha deciso questo presente per noi?
Negli anni in cui si definiva l’attuale progetto si è scelto di puntare sulla velocizzazione e sull’alta capacità, rinunciando a progettare un collegamento capace di avvicinare Palermo e Catania ai tempi delle principali linee AV italiane. Le ragioni tecniche, economiche e amministrative di quella scelta meritano di essere ricostruite. Merita attenzione anche il contesto nel quale fu assunta e il sistema di interessi che storicamente attraversa il trasporto regionale.
Recenti inchieste giudiziarie e ricostruzioni giornalistiche hanno riportato l’attenzione sul peso economico e politico del trasporto su gomma, e in particolare del sistema degli autobus regionali. Non esistono elementi per stabilire un rapporto diretto tra quelle vicende e le decisioni ferroviarie di allora, anche se le inchieste e gli articoli gettano luci inquietanti che appesantiscono gli animi. Resta quindi legittimo chiedersi quali priorità abbiano orientato la programmazione infrastrutturale siciliana, e ci auguriamo che venga fatta presto chiarezza su quei fatti, dissipando ogni ombra.
La questione che oggi ci riguarda è ancora più concreta: perché una vera alta velocità Palermo-Catania continua a non entrare tra gli obiettivi della prossima fase della programmazione regionale?
Una grande opera per i diritti
La mobilità pubblica e sostenibile è una condizione per l’esercizio dei diritti fondamentali. Consente di accedere al lavoro, allo studio, alla cultura, ai servizi e alle relazioni. Per la Sicilia significa anche ridurre il costo sociale delle distanze interne e garantire a chi arriva da lontano una reale alternativa quando il principale aeroporto dell’Isola riduce o interrompe la propria operatività.
Negli ultimi anni sono caduti molti tabù sulle grandi opere pubbliche. La Sicilia è oggi interessata da investimenti infrastrutturali di dimensioni enormi. Proprio per questo risulta difficile comprendere perché non si apra adesso una discussione sulla realizzazione, nel prossimo decennio, di un collegamento realmente ad alta velocità tra Palermo e Catania.
La decisione può essere assunta oggi, anche se l’opera dovesse richiedere dieci anni. Si possono avviare studi, progettazione, valutazioni e programmazione finanziaria.

Una linea capace di collegare rapidamente le due aree metropolitane renderebbe più robusto l’intero sistema regionale: integrerebbe gli aeroporti, allargherebbe le opportunità di studio e lavoro, favorirebbe la partecipazione culturale, ridurrebbe la dipendenza dalla mobilità privata e offrirebbe una risposta strutturale alle crisi periodiche determinate dall’attività dell’Etna.
Officine Culturali osserva tutto questo da un punto di vista molto concreto. Le persone che lavorano nella cooperativa contribuiscono ogni giorno a rendere il patrimonio di questa città più accessibile, partecipato e utile alla comunità. Una contrazione dei visitatori significa minori risorse per sostenere attività culturali, educative e sociali; per sostenere il lavoro socio-culturale. Una Sicilia difficile da attraversare restringe opportunità e diritti, per chi ci vive e per chi arriva.
Convivere con uno dei vulcani più attivi del mondo richiede infrastrutture capaci di assorbire crisi che continueranno a verificarsi. L’alta velocità Palermo-Catania dovrebbe entrare adesso tra le priorità infrastrutturali della politica regionale. Se serviranno dieci anni, questo è il momento di cominciare. È una decisione sul futuro della mobilità siciliana, ma soprattutto sul futuro possibile del diritto a vivere dignitosamente in questa regione.